“Sei tu...” disse lei arrivando nella dolce penombra della sera, fra il riverbero delle lampade appese nel giardino e lievemente in balia della brezza che giungeva salata dalla spiaggia.
Avete mai visto quante stelle si possono vedere in una sera dopo l'ultimo temporale?
Quando il molo è caldo e deserto, con il mormorio placido di un mare piatto e oleoso, mentre le nudi si squarciano al giungere della Luna dormiente?
“Icarius...” lei ancora “... sei tu, vero?” Avanzando piano fra gli alti cedri, i tamarindi e il profumo di quelle strane piante che gli indigeni chiamano alberi del pane.
“Icarius...” lei con un filo di voce, forse spaventata dalla sagoma silenziosa e tenebrosa che immobile fissa la scia della Luna sulle onde lente.
Un attimo e quella sagoma si mosse, voltandosi verso di lei, con i suoi occhi azzurri e penetranti.
Gli stessi di Icarius, pensò lei, solo più accigliati e cupi.
“Icarius...” lei.
“Non sono Icarius.” Rispose lui, facendola bloccare.
Nei vecchi romanzi d'appendice, quando ogni puntata doveva finire lasciando quello strano sapore in bocca, frutto dell'impazienza e della voglia di perdersi fra le pagine, accade sempre qualcosa a questo punto.
Avete mai letto uno di quei vecchi romanzi?
Quando cercare di conquistare lei era la sola cosa importante per lui?
Più del mondo intero forse.
Avete mai pensato di salvare il mondo intero?
A volte conquistare lei è più difficile che salvare tutto il mondo.
Lei si bloccò di colpo e guardò quegli occhi azzurri ora diventati misteriosi.
A un tratto un battito d'ali la fece scuotere e lei lanciò un gridolino per lo spavento.
La gabbianella, di un cobalto né chiaro e né scuro, si librò silenziosa nell'aria della sera, svolazzando fra le lampade colorate e il tintinnio dei campanellini.
Lei tornò a cercare la misteriosa sagoma e quel suo sguardo enigmatico, ma non vide nessuno.
Un istante e il suono lento di un'ocarina accarezzò l'aria dei tropici.
Un istante soltanto, poi solo il fruscio della brezza fra gli alberi e il lento mormorio delle onde sulla spiaggia salata.
In lontananza un lampo illuminò l'orizzonte, dove stavano naufragando le ultime nubi di quella formidabile tempesta che aveva isolato l'intera costa per un giorno e mezzo.
“Ehi.” Disse Icarius arrivando dall'altra parte del giardino.
“Dov'eri?” Lei indispettita per lo spavento e per quel senso di mistero che sembrava attraversare la sera. “Ti ho cercato per un'ora!” Seccata.
“Ecco...” ridacchiando Icarius “... sai... beh... c'erano quei tuoni... quei fulmini... e poi il monsone... insomma... mi ero spaventato, ecco...” massaggiandosi il viso e sorridendo un po' imbarazzato.
“Che fifone sei, Icarius!” Esclamò lei. “Fra le tue paure e le tue fisime non so quando la smetterai!” Sbuffò. “Ma...”
“Cosa?”
“Da quanto sei qui?”
“Una mezz'oretta...” Icarius “... perchè?”
“E... non hai visto o sentito nulla?”
“Gli ultimi tuoni e qualche fulmine mentre la tempesta si spostava sull'orizzonte.”
“Intendo dire... se hai visto o sentito qualcuno.” Lei a lui.
“No, nessuno...” fissandola Icarius “... perchè? Aspetta... non dirmi che c'era qualcuno... forse un indigeno... o magari qualche contrabbandiere... o peggio un pirata...” allarmato lui “... ho sentito cosa raccontano i pescatori... e poi anche all'albergo... qui è pieno di predoni e canaglie che vivono su barche nascosti in queste acque...”
“Ma smettila!” Lo zittì lei. “Sempre il solito! Ma non crescerai mai?” Stizzita lei. “Su, torniamo all'albergo, comincia a essere umido...” lei massaggiandosi le braccia.
“Si, andiamo.” Annuì Icarius.
Per un attimo lei guardò gli occhi di lui e ripensò al misterioso sguardo della figura nel buio.
Erano uguali, così simili eppure ora così distanti.
“Ieri ho sentito che alcuni hanno visto una stella cadente...” lei mentre con lui tornavano all'albergo “... era luminosa e grande... un attimo, ha attraversato il cielo e poi è svanita oltre il promontorio.”
“Peccato, avrei voluto esprimere un desiderio!” Rammaricato Icarius. “Chi l'ha vista?”
“Boh... pare un cliente e alcuni camerieri dell'albergo...” spiegò lei “... guardavano il cielo perchè un canto indigeno profetizzava dell'arrivo di una stella dal cielo... sai che gli indigeni danno un nome alle stelle sono se cadono dal cielo?”
“Si?” Incuriosito Icarius.
“Si... solo quando viaggiano meritano un nome secondo gli indigeni...”
“Che sciocchezze!” Ridendo lui. “Le stelle non sono fisse ma si spostano insieme al resto del cosmo!” Divertito. “E e stelle cadenti non sono stelle ma corpi celesti che si incendiano al contatto con l'atmosfera terrestre!”
“Grazie di aver fatto passare ogni poesia...” scuotendo il capo lei “... su, torniamo in albergo, sono stanca...”
“Che ho detto di male?” Stupito lui.
“Nulla nulla...” indisposta lei “... tu e i tuoi amici, che veneri come esperti di ogni cosa, avete la capacità di farmi innervosire...”
“Dai, era per dire.” Sghignazzando Icarius. “Su, prometto rispetterò le tradizioni dei detti indigeni.” Con fare solenne lui.
“Lascia perdere.” Lei nervosa.
“Dimmi... che nome avevano dato gli indigeni a quella stella?”
“No.”
“Dai...” insistendo Icarius.
“Uffa...” esasperata lei.
“Ti prego...”
“Va bene... il nome era Guisgard.”
“Guisgard?” Ripetè lui. “Che nome strano...”
“E' la lingua indigena... significa messaggero.” Lei camminando accanto a lui. “Su, ecco l'albergo. Qui sarai al sicuro e non avrai più paura dei tuoni.” Ridendo lei. “E immagino correrai dai tuoi amici a giocare a carte o ai dadi.” Prendendolo in giro.
Lui la guardò con un vago sorriso, senza che lei se ne accorgesse, per poi fissare la Luna dei tropici in modo enigmatico.
Avete mai provato a parlare alla Luna?
In notti come queste potrebbe anche rispondervi.
Poiché abbiate il cuore per saperla ascoltare.
Ma sono certo che Camelot sa ascoltare la voce della Luna...