Diario di viaggio, 28° giorno.
Viaggiare è come scrivere, giocare, sognare e viceversa. Allora voltando il foglio dall'altra parte ecco prendere forma il piglio selvaggio e primordiale di una fitta giungla inesplorata. Tutto qui sembra magico, incantato e misterioso, con mille suoni, profumi, colori che paiono rincorrersi e confondersi nei miasmi di una foschia umida e calda. Dal battello che mi porta verso la foce del fiume posso vedere il profilo di una vegetazione colossale che scivola lenta, fra gli madidi vapori di lagune equatoriali e stagliarsi contro un cielo simile a una lama. Forse così doveva apparire il mondo all'alba della creazione, ancora mutevole e in divenire, penso nel perdermi in quel verde profondo, cupo, avvolgente e carico di meschina ferocia. Sotto la calura del sole ardente la terra sembra sudare una nebbia vaporosa, sottile e simile alla spuma della risacca sulla sabbia calda. Un paesaggio così vasto, infinito, indomito, ostile, impenetrabile che a guardarlo anche dopo giorni di marcia sembra non cambiare mai. Sembra di leggere le pagine di un vecchio romanzo d'appendice, dove avventura e mistero sussurrano un titolo e un finale a una storia ignara di entrambi. Le guide indigene mi parlano, in quell'idioma stretto e incomprensibile ai più, di miti e tradizioni che racchiudono qualcosa di arcano e ignoto. Mi raccontano di regine perdute, bellissime e crudeli, nemiche dell'uomo bianco e custodi di remote memorie. Venerate come dee in regni dallo splendore maledetto, fra ricchezze primordiali, malefiche divinità e oscuri segreti. Annoto tutto, asciugandomi di tanto in tanto la fronte rigata dal sudore, mentre fantastico su quelle regine, sui loro regni dimenticati, le labbra cariche di desiderio e madide di un infallibile veleno, magari destinato come ultimo bacio a chiunque giunga a profanare quel mondo perduto.