Rainbow aveva afferrato la veste di Cembelus, intralciando così il suo folle intento.
Anche Llamrei lo prese per un braccio, tenendolo fermo, mentre Ermaus lo bloccò quasi per il collo.
"Siete pazzo, padre!" Gridò. "Volete gettare così la vostra vita?"
"Lasciatemi!" Urlava Cembelus. "Lasciatemi, vi dico!"
"Calmatevi, padre!" Diceva suo figlio. "Calmatevi, in nome del Cielo!"
"Non ho più nulla, non capite? La mia amata! La mia amata! Non posso e non voglio vivere senza di lei!"
Ma improvvisamente, Heylde si avvicinò a suo padre.
Lo guardò negli occhi e cominciò a dire:
"Anche a me la mamma manca da morire. Certe notti mi sembra di impazzire se penso che al mio risveglio non la rivedrò. Mille momenti tutti i giorni mi ricordano di lei. A volte basta una cosa insignificante, come un profumo o un colore. Altre volte, osservando il cielo e la campagna mi rammento delle nostre passeggiate insieme. Quando mi parlava di tante piccole cose. Ma so che lei è sempre qui con noi. Ci assiste e prega per tutti noi."
Calò il capo ed aggiunse:
"Anche il mio amato mi manca... mi manca ogni giorno di più. Ogni volta che vedo mia figlia, rivedo lo sguardo di lui, il suo sorriso, il suo volto. Certe volte, quando il vento soffia tra le torri o il cortile, mi sembra di ascoltare la sua voce che mi chiama... invece è solo l'eco della mia solitudine. Ma questa storia mi ha fatto capire che non sono sola, che ho tutti voi. Ed anche lui è con me. E anche voi dovete crederci. Siamo una famiglia che ha tanto amore. E l'amore non è mai doloroso, padre mio."
E padre e figlia si strinsero forte, abbandonandosi in un tenero pianto.
A vedere quella scena, Ermaus strinse a se la sua Talia, comprendendo il grande dono che Amore gli aveva fatto.
"Ti amo, amore mio." Disse guardandola negli occhi.
Nella selva, intanto, Pico cominciò a camminare, come a voler guidare Elisabeth.
Scesero lungo un pendio e si ritrovarono su una stradina che attraversava una piccola radura.
Seguendo il suo gatto, Elisabeth si ritrovò davanti il castello del Doloroso Amore.
Pico miagolò.
Tutto era cominciato in quel luogo e lì sarebbe terminato, permettendo ad Elisabeth di tornare nel suo rifugio.
Nel frattempo, nella Cappella dell'Arcangelo, Cavaliere25 continuava la sua preghiera.
Una mite e tenera luce si diffondeva nella navatella, fino a giungere nell'abside centrale, dove dimorava la statua di San Michele Arcangelo.
Il chiarore diffuso delle candele proiettava l'ombra della statua fin sotto il soffitto a cassettoni, quasi generando mistiche immagini in un austero movimento.
Le candele sembravano quasi rendere viva quella statua, mentre il demonio ai piedi dell'Arcangelo, trafitto dalla sua lancia, sembrava contorcersi e ringhiare dal dolore.
Il giovane scudiero, davanti all'altare invocava la protezione Divina.
E mentre pregava, si accorse, dall'altra parte della navatella, del suo amico Guisgard.
Fissava la porta, come se attendesse qualcuno.
Ad un tratto il monaco, fissando le candele, disse:
"Dobbiamo pregare tutti... non per invocare protezione... ma misericordia!"
Tutto questo sotto lo sguardo della statua dell'Arcangelo, che sembrava quasi destata dalle miserie e dalle sofferenze umane.