Ecco la seconda parte di questa triste leggenda!
"Lo Stregone aveva ragione. Il suo cuore purissimo la condusse dapprima in una landa desolata, ai piedi di un enorme vulcano, dove esili rami ridotti ormai a cenere si protendevano verso il cielo come imploranti, e la terra era secca e bruciata. Ma ciò che la turbò maggiormente, fu un immenso leone alla base della montagna. La criniera era un manto infuocato, fauci bianche e terribili si nascondevano sotto le labbra nere.
La giovine, immune dai mali di questa terra, non conosceva la codardia, e perciò avanzò lentamente verso la fiera maestosa, senza fermarsi, fiduciosa nella sua missione. Il leone ruggì, spalancando la bocca smisurata. La driade si fermò.
«Chi sei, tu, che osi profanare la sacralità di questo luogo?» ringhiò la belva.
«Sono la Portatrice del Fuoco, e ne sto cercando il Cuore» replicò lei, senza esitazione.
Il leone conosceva la tradizione dei tre popoli, e avendo incominciato lui stesso a sentire il fuoco ribellarsi alla Magia, la lasciò passare, riconoscendo nella ragazza che aveva di fronte la più pura creatura del mondo. Essa così poté calarsi giù per il vulcano, ed uscirne con il Cuore del Fuoco stretto tra le dita.
Fatto questo, si mise nuovamente in cammino. Questa volta il suo istinto la condusse sulla riva di un mare sconfinato. Mentre osservava la schiuma bianca delle onde far tremare la scogliera sulla quale si trovava, comparve dagli abissi un maestoso e bellissimo delfino, dagli occhi grandi e superbi, che con modi per niente amichevoli le chiese:
«Chi sei, tu, che osi profanare la sacralità di questo luogo?»
«Sono la Portatrice dell’Acqua, e ne sto cercando il Cuore» rispose nuovamente la giovane, sicura delle sue parole.
Il delfino la guardò tutt’altro che sorpreso, poiché da tempo ormai avvertiva irrequietezza nel mare in cui nuotava, e sapeva che qualcuno dei tre popoli si sarebbe presto presentato. Tuttavia, il suo animo sospettoso si fece strada nel cuore della driade, per riconoscerne poi l’illimitato candore. Così, la lasciò passare. Essa nuotò fino in fondo all’oceano, e non ne uscì senza il Cuore dell’Acqua stretto al petto.
Fatto questo, si mise in cammino per la seconda volta.
Dopo molti giorni e molte notti, giunse ai piedi di una gigantesca rupe. Armata di tutta la buona volontà necessaria, incominciò ad arrampicarsi. Oramai era a più di mille metri di altezza, e poteva vedere le nuvole condensarsi sotto di lei. Giunta a poca distanza dalla cima, le si parò davanti un’Aquila meravigliosa, dal becco forte e adunco, che sbattendo furiosamente le ali gigantesche, le chiese, facendo scattare i terribili artigli:
«Chi sei, tu, che osi profanare la sacralità di questo luogo?»
«Sono la Portatrice dell’Aria, e ne sto cercando il Cuore» ribatté quasi a memoria la ragazza.
Anche l’aquila non ne fu stupita, perché anche lei aveva sentito troppe e numerose turbolenze nel cielo, per non parlare dei cicloni, che le impedivano di volare liberamente.
Con l’occhio indomito e acutissimo, cercò nella driade un qualsiasi motivo che l’avrebbe portata ad afferrarla tra gli artigli e a farla precipitare, ma non trovandovene nel modo più assoluto, scosse le bellissime ali un’ultima volta, e si librò nel cielo, libera come l’aria stessa in cui viveva, permettendo così alla fanciulla di proseguire, di arrivare in cima alla rupe e di discenderne con il Cuore dell’Aria.
La sua missione stava quasi per essere completata. Per l’ultima volta, la giovane si mise in viaggio verso l’ignoto. Giunse così in una verde foresta, mille volte più grande di quella in cui viveva sul Monte Bondone, e mille volte più intricata. Si fermò davanti ad una quercia secolare, alta e possente. Dieci uomini insieme non sarebbero bastati per circondare il suo tronco. Mentre la ragazza osservava perplessa la corteccia, si districarono dai rami di un albero lì accanto due corna maestose, e il cervo a cui appartenevano. Il corpo flessuoso e poderoso dell’animale si fece strada fino alla driade, scalpitando e chinando il muso in avanti. Gli occhi scuri guizzarono sull’esile personcina davanti a lui.
«Chi sei, tu, che osi profanare la sacralità di questo luogo?»
«Sono la Portatrice della Terra, e ne sto cercando il Cuore» replicò la fanciulla per l’ultima volta.
Il cervo si avvicinò a lei, scrutando nelle più remote profondità del suo cuore. Incantato dalla nobiltà della giovane, si scostò leggermente, mentre, sotto gli occhi sorpresi della sua ospite, un piccolo varco s’apriva per magia nel tronco della quercia. Così la ragazza poté discendere nelle più tortuose viscere della Terra, per poi uscirne con il Cuore, ma non prima di riuscire a scorgere una piccola lacrima sfuggente scendere dall’occhio sinistro del cervo.
E così, dopo tanti giorni di peripezie, la driade, con sua grande gioia, fece rotta verso casa.
Arrivò al Tempio esattamente a mezzanotte. Gli occhi del Guardiano Dorato si erano chiusi da appena pochi minuti, quando la piccola driade varcò la soglia delle quattro colonne. Senza fare il più piccolo rumore, guardando preoccupata e affascinata le immense e terribili zanne del drago, si avvicinò all’altare che si trovava al centro dell’edificio. Appoggiato sopra con grazia, riposava un piccolo pugnale. La ragazza lo prese in mano, dopodichè si avvicinò alla Colonna Del Leone. Riconobbe nell’effige l’immenso felino che aveva incontrato durante il suo viaggio. Estrasse dalla sua sacca il Cuore del Fuoco, e con il pugnale lo tagliò a metà. Una piccola fiammata improvvisa le bruciò la punta delle dita. Trattenendosi dall’urlare per il dolore, versò il liquido rosso che il cuore conteneva nel Calice del Fuoco. La Colonna si illuminò. La Magia del Fuoco tornò tra coloro che la veneravano, e cioè principalmente presso i Corunti. Dopodichè, spostandosi a sinistra, tagliò in due parti il Cuore dell’Acqua. Immerse le dita nel liquido per attenuare il dolore della fiammata di prima, e lo versò nella Colonna del Delfino. E la Magia dell’Acqua ritornò da coloro che l’adoravano, anch’essa soprattutto dai Corunti. Ripeté la medesima operazione con la Colonna dell’Aquila. Rimase affascinata dall’Essenza gassosa (diversa dalle altre due) che conteneva. E la Magia dell’Aria poté finalmente riunirsi a coloro che l’amavano, ovvero ancora principalmente i Corunti. Tre Elementi erano stati nuovamente dominati. Mancava soltanto il quarto. La fanciulla, felicissima, corse verso la Colonna del Cervo, con in mano l’ultimo cuore aperto, che conteneva un liquido verde bosco. Presto la Magia della Terra, venerata in particolar modo dal popolo dei Dainiti, sarebbe tornata presso di loro. Ma purtroppo, la fretta nel concludere la sua missione le fu fatale. E così non vide la coda del drago. Urtandola, riuscì a mantenersi in equilibrio per miracolo. Preoccupata, lanciò un rapido sguardo al Guardiano. Dormiva ancora. Con un sospiro di sollievo, si voltò di nuovo verso la Colonna. E così non vide l’occhio del drago aprirsi di scatto, in cerca del profanatore. La povera fanciulla riuscì a versare soltanto un’unica goccia dell’Essenza della Terra nel calice, prima che un terribile ruggito la costringesse a voltarsi. Impalata dal terrore, restò a guardare il possente animale scrollarsi il sonno dalle membra, sentendo il calice scivolarle tra le dita, e cadere a terra con un tonfo. Il drago scosse le ali gigantesche, e d’un tratto, le aprì in tutta la loro lunghezza, cercando di liberarsi da quella prigione dorata. Ma egli era troppo grande per il tempio. Le ali dorate colpirono le colonne, che con un terribile frastuono cedettero. Il tetto precipitò sul drago e la ragazza, unendoli in un medesimo crudele destino. Le pietre continuarono a rotolarono giù dal pendio. Il tetto si spaccò in tantissimi frantumi, come le colonne. I calici andarono perduti. L’armonia venne distrutta. La Magia scomparve per sempre dal mondo, e in breve, sul monte Bondone, si scatenò una guerra terribile tra Corunti e Dainiti. Questi ultimi, poiché il loro calice non era stato riempito, dimenticarono presto la Magia. Cominciarono a temerla, e a odiarla. Perseguitarono duramente coloro che la praticavano. I draghi, e le altre creature fantastiche furono per sempre rinchiusi. I Dainiti si trasformarono in una feroce macchina da guerra, mentre i Corunti, che credevano ancora nella Magia, essendo stati per un breve momento alimentati dall’Essenza raccolta dalla driade, la difendevano disperatamente contro gli attacchi dei Dainiti, tra i quali soltanto uno si rifiutò di unirsi al loro sterminio: quell’unica, singola goccia che la fanciulla, tempo prima, era riuscita a versare.
Al giorno d’oggi le rovine del Tempio appaiono, agli occhi di chi non sa, soltanto delle semplici grotte, misteriosi cunicoli e passaggi tra le pietre. Ma colui che proverà a prestare un’attenzione leggermente maggiore, noterà qualcosa di strano. Innanzitutto, se cerca bene, potrà scoprire dentro le grotte o sotto le macerie nientemeno che antichissime ossa di drago. E inoltre, ogni giorno, si accorgerà di nuovi passaggi in posti che credeva di aver visto, ma che cambiano costantemente. E’ lo spirito della driade maledetta, la sua povera anima tormentata, che tutte le notti e tutti i giorni si aggira e rovista tra le rovine del tempio, alla ricerca dei calici perduti, costretta a proseguire in eterno il suo compito, attendendo sconfortata l’arrivo dei Quattro Cavalieri che, come dicono le Sacre Scritture, saranno proprio tre Corunti, e un solo Dainita."