Due cavalieri, dal nobile portamento e dai modi gentili, avanzavano nella campagna verso il Belvedere.
Uno era moro e riccamente abbigliato, l’altro invece era più giovane e scanzonato.
“Di pure ciò che ti pare” fece il moro “ma niente è come la campagna inglese! Con buona pace della calda Spagna, della poetica Italia e della raffinata Francia!”
“Eh, Arthos, amico mio, tu sei il classico uomo che deve nascere, crescere e vivere a casa propria!” Replicò il giovane che gli cavalcava accanto. “Niente regge il paragone con la tua pigrizia!”
“Ti dirò che hai ragione, giovane Lyo!” Ridendo il moro Arthos. “E sai cosa? Ne sono anche fiero!”
“Ehi, guarda laggiù…” indicò Lyo “… sogno o son desto?”
“Dove?” Chiese il moro, cercando di capire a cosa alludesse l’amico. “Io vedo solo alberi.”
“Proprio su quell’albero… laggiù…” fece Lyo “… sembra una ragazza… forse è una ninfa…”
“Attento, mio buon buon Narciso, che le ninfe non crescono sugli alberi!” Esclamò divertito Arthos.
“Ti prego, reggimi il gioco…”
“Il gioco?” Ripetè Arthos.
“Si, un dolce ed innocente gioco.” Rispose Lyo, per poi galoppare verso quell’albero.
“Salute a voi, milady…” disse Lyo avvicinandosi all’albero dove si trovava Altea “… perdonatemi se vi distolgo per un momento dalle vostre letture… sapreste indicarci il Palazzo del Belvedere di lord Tudor? Vedete, siamo giunti qui da poco e non conosciamo queste terre. Vero, amico mio?” Voltandosi verso Arthos e facendogli l’occhiolino.
“Eh, già… proprio così, mio buon confidente.” Rispose lesto e con un sorriso Arthos.