Cittadino di Camelot
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Capitolo 6 di 6
06. Epilogo: Camlann
Re Cedric arrivò la mattina successiva al giungere di Artù sul futuro campo di battaglia.
Cedric non era come tutti gli altri piccoli re sassoni, avidi di potere e terre, combattenti feroci e senza cervello. Cedric era il Re sassone. Aveva un'astuzia degna di un celta e un'avidità da far invidia a qualsiasi altro sassone.
Per questo, quando Bors corse da Artù per riferirgli l'arrivo di Cedric, il re sperò in qualche giorno di tregua.
"Qualche giorno di tregua?" chiese, confuso, il cavaliere, "per quale motivo dovrebbero concedercela?"
"Perché possiamo pagarli in oro e possiamo consegnare loro alcune terre. Saremo convincenti. Metteremo in atto una trattativa degno di questo nome. Ci fingeremo spaventati, siamo spaventati, da loro."
Il re osservò la propria tenda, con attenzione, ed il suo sguardo cadde su Excalibur, calma ed al sicuro nel proprio fodero.
"Cedric ci crederà. Sa bene quanti altri messaggeri abbiamo mandato e sir Mordred," la voce di Artù non riuscì a rimanere ferma ed immobile quanto avrebbe voluto, "mi considera un vile. Saprà consigliare Cedric a dovere."
"Avete davvero intenzione di cedere ai sassoni oro e terre?" chiese Elyan, figlio minore di Bors.
"Certo che no. Intavoleremo le trattative. Consegneremo loro ciò che abbiamo, oro, gioielli e promesse. Chiederemo del tempo per far arrivare da Camelot e Lothian altre ricchezze."
Sir Tor, uno dei figli bastardi dei defunto Pellinore, si toccò pensieroso il volto ed espresse a voce alta i pensieri di tutti. "Prederemo tempo per l'arrivo di Gawain e l'esercito di Lancillotto."
Artù annuì. Non era fiero del suo piano perché sembrava più un imbroglio che un vero astuto stratagemma, ma sapeva di non avere scelta. I sassoni erano troppi e troppo affamati e dietro di loro le terre di Camelot si estendevano pacifiche ed impaurite.
Se i sassoni avessero vinto, gli uomini sarebbero stati uccisi nel loro sonno, uomini innocenti e semplici contadini, le donne violentate ed i bambini schiavizzati. Il caos si sarebbe diffuso sulla Britannia e la disperazione sarebbe divenuta di casa.
"Che cosa facciamo se Cedric rifiuta o ci attacca violando la tregua?" chiese Bors ed il figlio aggiunse: "O se Gawain non riesce a trovare Lancillotto o non arriva in tempo."
"Tristano sta mandando rinforzi e prego gli dei che Lancillotto non ci tradisca."
Tutti in quel momento pensarono Come ha già fatto in passato perché nessuno aveva dimenticato la notte in cui Mordred fu cacciato da Camelot e Lancillotto fuggì per la vergogna.
Artù non credeva agli dei. Da piccolo Merlino gli aveva insegnato a temere antichi dei del passato e gli spiriti del mondo. Gli aveva anche parlato di divinità straniere ed alcune di queste, Ares ed Iside, si erano da tempo diffuse in Britannia. Artù non credeva nemmeno nell'uno e buono Dio cristiano. Un solo dio è troppo poco per così tanti uomini.
Ma quella mattina qualche divinità ascoltò la sua preghiera perché, poco prima di partire verso il campo sassone per la proposta di tregua, un messaggero arrivò ansante e festoso portando la notizia dell'imminente arrivo di Gawain, a soli pochi giorni di cammino.
Con una nuova speranza nel cuore, Artù, Bors e qualche altro cavaliere, raggiunsero il campo sassone. I nemici, che conoscevano lo stemma di Artù, un drago dorato su sfondo rosso, e conoscevano anche il volto del re, lo lasciarono passare ma non senza una scorta di guerrieri sassoni a guidarlo.
Gli dei protessero ancora una volta il re che arrivò da Cedric, incolume.
La tenda di Cedric non aveva nemmeno la metà della maestosità di quella del re Bretone ma, al contrario, aveva una rustichezza feroce che terrorizzò i soldati del re. Ma nessuno di loro lo diede a vedere.
Re Cedric sedeva su una rozza seggiola di legno, appoggiato ad un ampio tavolo massiccio. Aveva un aspetto comune ed era piuttosto basso, per essere di sangue sassone, ma comunque più alto di re Artù ed alto almeno quasi quanto sir Bors.
Aveva folti capelli biondi, lunghi fino a metà spalla e raccolti in una treccia decorata con piccoli ossicini di provenienza ignota. La faccia era quasi completamente nascosta da un paio di folti baffi dorati e da una lunga barba, anch'essa intrecciata. Sul capo, Cedric aveva una piccola corona di bronzo, tetra e semplice.
Re Cedric osservò i suoi ospiti e prese spada, ancora nel fodero, per porla davanti a sé, in segno di pace.
L'aspetto del re sassone era temibile e sicuramente impressionante ma ad impressionare Artù fu, ancora una volta, la presenza di Mordred.
Il figlio era in piedi, accanto al re, immobile e vestito con armatura ed armi sassoni. Sembrava più vecchio e sembrava più stanco ma non si tirò indietro quando Artù tentò di guardarlo negli occhi.
"Sono il vostro interprete, re sassone," disse, con un breve inchino, dolorosamente formale.
"Mordred- Sir Mordred," provò Artù ma re Cedric iniziò a parlare, in quella aspra lingua sassone che evidentemente Mordred era in grado di capire.
"Il mio sovrano si chiede perché i topolini vogliano far visita al leone," tradusse subito il traditore.
Artù voleva evitare Cedric, voleva evitare quella trattativa, voleva solo parlare con Mordred ma Bors gli mise una mano sulla spalla ed il re si ricordò di essere il re.
"Dite al vostro sovrano," rispose, con voce incerta, "che non vediamo topolini ma che, se non se ne fosse accorto, gli orsi della Britannia sono a fargli visita. Dì anche che siamo disposti ad offrire oro al grande leone sassone e così anche terre e gioielli."
Mordred si voltò verso Cedric ed iniziò a tradurre, con un accento che aveva molto poco della sua nuova lingua. Cedric rise leggermente, facendo tremare l'aria e sputando per terra in segno di scongiuro, o divertimento.
Artù ebbe un moto di gioia nel notare l'occhiata disgustata che suo figlio lanciava a quel re. In quell'attimo si accorse di essere stato geloso di Cedric.
"Il mio sovrano vi dice che se vuole oro e terre non dovrà far altro che prendersele. Non ha motivo di creare una tregua a meno che il vostro oro non sia così tanto da sfamare tutto il suo popolo."
"Vi assicuro che il nostro oro è abbastanza. E ne faremo arrivare altro da Camelot. Ho mandato messaggeri."
"O li hai mandati per i rinforzi?" ribatté Mordred ma non aspettò la risposta del re di Camelot perché subito dovette tradurre in sassone.
Il colloquio andò avanti quasi un'ora, con insulti, lodi, proposte, trattative. Quando giunse il tramonto e nessun accordo era stato preso, il gruppo decise di rimandare il tutto a domani ed Artù donò, in segno di amicizia, un piccolo carro colmo d'oro e di pelli.
Fino al giorno successivo ci sarebbe stata una breve tregua e nessun soldato aveva il permesso di sfoderare la spada.
Il re, con i suoi cavalieri, riuscì quindi a tornare sano e salvo nel proprio accampamento ed a meditare sull'accaduto.
Sentiva di aver lasciato qualcosa di troppo importante nella tenda di quel re sassone, e non si trattava dell'oro. La notte fu insonne ed il risveglio doloroso. Solo la presenza di Excalibur riusciva a ridargli della speranza perché tenerla accanto gli ricordava di Nimue, Merlino e di tutti coloro che avevano creduto in lui, o che ancora ci credevano.
Ed un po' mitigavano gli occhi scuri di Mordred ed il suo sguardo avvelenato e disperato.
Il sole sorse e fu domani.
Nell'aria aleggiava ansia e timore. I soldati passavano il tempo a scrutare l'orizzonte, sperando l'arrivo di Lancillotto e temendo quello di Cedric. Ma nulla di tutto ciò accadde perché l'inferno iniziò solo poche ore dopo l'alba.
Nessuno seppe mai che cosa accadde veramente. I più attenti videro un guizzo di lame, il sole riflesso contro una spada, un urlo e quindi altre lame che uscivano dai loro foderi. Ululato di cani e piccole asce che venivano lanciate. Così anche i meno attenti decisero di sfoderare le loro armi per prepararsi all'attacco dei nemici.
Il caos devastò Camlann ed Artù non poté farci nulla. A niente servirono i suoi tentativi di trattenere i soldati, perché Lancillotto ancora non c'era, perché era troppo presto, perché non ve ne era ancora motivo.
"Che cosa è successo?" urlò il re bretone, ma nessuno gli rispose.
Quello che accadde fu uno dei più crudeli giochi del fato. Una maledizione doveva scorrere nel sangue Pendragon perché fin troppe volte il destino aveva riso colpendo ripetutamente Artù ed i suoi parenti. Questa volta il destino assunse la forma di una vipera.
La vipera uscì dal suo rifugio e c'è chi disse che un soldato, vedendola così vicino al suo piede, si spaventò e sfoderò la spada, prima di venir morso dal serpente. L'urlo fu il suo.
Nessuno seppe dire se il soldato era sassone o bretone ma la tregua era stata rotta e la paura, l'agitazione, l'attesa aveva giocato a favore di questa rottura.
Artù fu costretto a richiamare quei pochi cavalieri che ancora non si erano buttati nell'esercito, li radunò e li costrinse in una formazione compatta, in grado di rompere le file disordinate dei sassoni e di uccidere più nemici possibile.
Prese la lancia e partì al galoppo.
Perse il conto di quanti ne uccise o di quanti ne ferì. Il suo cavallo, Caradoic, correva come il vento, implacabile e senza temere nulla. Dietro di lui Bors ed il figlio avevano già in mano la spada perché la lancia era andata spezzata qualche sassone prima.
"Mio re!" urlò Bors dietro di lui ma Artù non riuscì a fuggire ad un'ascia che tagliava una delle zampe del suo cavallo, facendolo cadere. Il sovrano riuscì a rimettersi in piedi e lasciò cadere la lancia, troppo ingombrante, per prendere Excalibur e lasciarle mietere le vittime che preferiva.
Non perse tempo a guardare dove fossero finiti i suoi cavalieri, perché ormai i sassoni erano troppi, erano ubriachi di follia e di battaglia ed erano ovunque. Riusciva solo a parare, qua, parare, colpire, un sassone, ucciderlo, ferirlo, parare di nuovo, ma era tutto troppo veloce.
Sentì un lancinante dolore alla spalla sinistra e ben presto si ritrovò zuppo di sangue di cui molto era proprio suo.
Finalmente riuscì a districarsi dal groviglio di lame ed asce e si allontanò leggermente dal punto centrale della battaglia, in cui era stato un attimo prima. Respirava a fatica e sentiva sempre la bocca piena di sangue. Leggermente intontito si tastò il petto e sentì una piccola ferita da lancia vicino al fianco destro.
"Vi vedo distratto," sibilò una voce dietro di lui, non abbastanza rauca per impedire ad Artù di riconoscerla. L'uomo si voltò.
Mordred era senza elmo ed il viso era completamente coperto di sangue, così come i suoi abiti. Allarmato il re si chiese se le ferite del ragazzo fossero gravi.
Non riusciva- semplicemente non riusciva a guardare con serenità ai propri peccati ed alle proprie colpe ed a non perdonare quelle del figlio. Ed ancora, l'amore che non aveva potuto dargli, aveva bisogno di raggiungerlo.
Ora che era la fine.
"So della profezia," ringhiò Mordred, "io sarò quello che dovrà uccidervi, vero? E non voglio davvero deludervi, padre."
Il ragazzo non aspettò risposta ed alzò velocemente la lama per scagliarsi contro Artù. Excalibur parò ed il re si allontanò di qualche passo. Era ferito ed era stanco, non sarebbe resistito molto.
"Mordred, le profezie... le profezie non sono il nostro destino."
"Tu hai mandato Sagramore a morire, ed anche me!" urlò il figlio, buttandosi ancora una volta contro il padre. Questa volta Artù riuscì a fatica a pararsi, sentiva la testa girare e le forze già venirgli meno, e venne colpito alla mano, facendo cadere Excalibur. Lui stesso si trovò a terra, con la lama di Mordred contro la sua gola.
"Ora chiedete il mio perdono," sorrise il figlio.
"Perdonami, Mordred. Uccidimi se non puoi. Ho tentato di ritrovarti in tutto questo tempo, di riportarti a me."
"Pensi che sia per quello?" rise Mordred, ma la sua bocca tremò, incerta.
"Sei mio figlio, l'unico che io abbia mai avuto. Ti perdono ed ho bisogno del tuo perdono."
Anche in mezzo a tutto quel sangue ed a tutto quello scrosciare di urla, Artù poté sentire il respiro di Mordred che si bloccava nel suo petto e poté vedere i suoi occhi spalancarsi.
"Sei mio figlio, Mordred," ripeté. Ed era così semplice dirlo. Così bello, così naturale. Si chiese perché non lo avesse mai fatto prima.
Le profezie, le parole di Morgause, le paure, tutto sembrava svanito ed inutile, ridicolo quasi.
La testa rombava ed Artù sentì che il sangue che usciva dalla sua ferita alla spalla portava via tutta la sua energia.
L'ultima cosa che vide prima di svenire fu Mordred, suo figlio, trafitto da una lama, lì, davanti a lui, che si accasciava al suolo.
Artù non fece in tempo ad urlare che tutto fu buio.
Tra tutte le persone che Artù si aspettava di vedere, quella era sicuramente l'ultima.
La sorpresa lo lasciò senza fiato quando, appena aperti gli occhi, dolorante e sanguinante, si voltò ed alla penombra del tramonto vide Morgana. Riuscì appena a boccheggiare e la donna, sporca di sangue come tutto in quel luogo, si inginocchiò accanto a lui.
"Morgana," rantolò il re, alzando una mano per toccarla e sapere se lei era davvero lì. Morgana lasciò che il re le toccasse i capelli ed volto, dopodiché prese la sua mano tra le sue.
"Artù."
"Dove sono?"
"A Camlann," rispose prontamente Morgana, "la battaglia è finita. Lancillotto è arrivato ed anche Tristano. Ma il fato ha portato entrambi alla morte."
Artù chiuse per un attimo gli occhi. Ancora una volta le persone che amava svanivano.
"Cosa ci fai qui?"
"Stavo arrivando a Camelot quando ho sentito dei sassoni e sono venuta per-" la donna si interruppe e rise. "Pensavo di riprendermi il trono ma eccomi qui. Sono finita, come te."
Artù non le chiese nulla. Sapeva di essere mortalmente ferito. Sentiva le fredde dita di una dea che strisciavano tra i suoi capelli.
"Non sei finita," rantolò il sovrano.
"Lo sono. Volevo essere te. Volevo avere Ginevra ed essere un re. Ma se perdo te, perdo tutto. Tutti coloro che abbiamo conosciuto stanno morendo e sono troppo stanca per continuare senza loro."
La donna toccò, esitante, il petto di Artù, tastando le sue ferite.
"Saresti stata una grande regina."
"Lo so. Me ne andrò, molto lontano. In questa terra ho visto troppo dolore."
Artù tossì e spalancò gli occhi. Si guardò attorno, come poteva, e tentò di alzarsi. Il ricordo del suo ultimo incontro con Nimue era tornato nella sua mente.
"Excalibur, dov'è?"
Morgana non protestò ed alzò la lama accanto al re, per mostrargliela.
"La vita- la-" iniziò a balbettare Artù, sentendo l'agitazione che portava un po' di colore nelle sue membra, "il perdono. Ho bisogno del perdono."
"Che cosa intendi?"
"Morgana, promettimi- Morgana," Artù si interruppe nuovamente e provò ancora una volta ad osservare ciò che gli stava accanto. I cadaveri delle persone vicino a lui. "Dov'è?"
"Artù?"
"Morgana, promettimi che porterai Excalibur ad Avalon."
"Al lago sacro. Te lo prometto, ripagherò le colpe che ho verso di te," promise Morgana, tenendo stretta a sé la spada. Ma Artù non aveva finito.
Il re non rimase a pensare all'avidità che aveva caratterizzato la sorella perché gli occhi di Morgana sembravano sinceri, sembravano bisognosi di una vita di semplicità, dove la sottigliezza non esisteva e le persone erano ciò che erano.
Per quello le fece promettere di portare Excalibur al lago, di buttarla nel lago e di pregare. Perché Excalibur aveva il dono della vita.
Perdonami Nimue, il mio regno è finito. pensò il re, sapendo che il dono della Maga era per lui e per nessun altro.
"Prega per la vita di Mordred."
"Te lo prometto," rispose Morgana.
La donna rimase accanto a lui ancora qualche minuto prima di vedere la vita che lasciava le sue membra. Si era immaginata una morte più grandiosa per un grande re come lui.
"Ed invece muori come un essere umano, come tutti noi. Porterò Excalibur al lago, per te e per Mordred."
Ma Artù ormai non poteva più sentirla, perché era morto.
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